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Economia “sostenibile” un equivoco, è falso!

Tutto il dibattito sullo sviluppo sostenibile è fondato su un equivoco. L'economia non può essere sostenibile per struttura. Per quella via si va avanti solo con palliativi, mentre la situazione richiede sempre più un riorientamento complessivo. Intervista al Filosofo Nicola Russo autore di "FIilosofia ed Ecologia".
di Cristiana Ceruti
23 dicembre 2013

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Marcel-Duchamp-orinatoio
L'orinatoio come attrezzo per pensare - Marcel Duchamp

Ogni articolo in Habitalia sarà dedicato all’ecologia nel senso che avrà l’impronta dell’Eco pensiero. Esiste un’accezione del concetto di ecologia che travalica i limiti disciplinari e nello stesso tempo non si esaurisce nell’uso volgarizzato che se ne fa spesso con i linguaggi della cronaca giornalistica o della politica professionale. Essa dipende da una visione ecosistemica della realtà. Un pensiero ecologico efficace – vale a dire un pensiero che sia nelle condizioni di trattare della realtà, e non solo di parlarci sopra – può darsi solo rifuggendo dagli ecologismi, che rappresentano altrettante fissazioni decadute della sua capacità complessiva.

Un pensiero ecologico animato da una visione ecosistemica può e deve guardare alla realtà nella sua multiforme completezza. Deve anche, tuttavia, difendersi da numerosi rischi di degenerazione. Alcuni afferiscono al metalivello in cui è insediato il suo valore di verità, altri alla parcellizzazione e compartimentazione del reale che può essere provocata proprio dal bisogno di principi-guida universali.

Può divenire dunque olismo e sincretismo spiritual-metafisico prostrato dinanzi al modernissimo totem della complessità, oppure ricadere sui ruderi delle sue stesse fondamenta, asservito alle scienze del dominio, alienato nei tecnicismi, riprogrammato dalle leggi della forza in mero funzionalismo economicista. La lama sulla quale si tiene in equilibrio è piantata di traverso in ognuno di noi.

Nemmeno l’ecologia come disciplina, come studio dei processi e dei cicli naturali, può oggi essere invocata come rifugio neutrale della ragione scientifica, come luogo privilegiato di studi separati e protetti dalla crisi del pensiero ecologico (che altro non è se non un aspetto della crisi del pensiero occidentale).

L’elemento antropico è troppo schiacciante perché si possa ancora sperare in una distinzione chiara tra l’osservatore e l’oggetto dell’osservazione; le relazioni ricorsive si riproducono all’infinito, le differenze di livello si fanno instabili, i confini applicativi sempre più labili. I sistemi ecologici sono sempre più trattati come sistemi caotici, ma nello stesso tempo rapportati a quell’ideale omeostatico insuperabile che è il sistema-mondo. Sistemi aperti dentro un sistema ritenuto chiuso.

Il Filosofo Nicola Russo
Autore di “Filosofia ed Ecologia”


Crisi ecologica, cos’è?
Da un punto di vista filosofico la crisi non è solo il dissesto di equilibri naturali, è innanzitutto il funzionamento normale di quella che Arnold Gehlen chiamava la Supermacchina, il nesso organico tra industria, tecnologia e scienza. Prevalente, insomma, è la dimensione insieme strutturale e culturale cui la filosofia del ‘900 ha dato il nome nichilismo.

Serge Latouche ha dichiarato che la crisi economica è un segnale positivo per l’ambiente, lei come interpreta questa affermazione?
È provocatoria ma coerente! Certo, in un’ottica di decrescita alla Latouche, la crisi economica è positiva perché provoca un rallentamento, una decrescita nei confronti del progresso che ha un effetto benefico sulla natura. Credo, però, che la salvaguardia dell’ambiente non possa essere sperata come esito di un fallimento, ma cercata con un cambiamento organico delle strategie economiche, magari anche nell’ottica di decrescita.

In che modo e con quali azioni l’uomo può porre rimedio alla crisi ecologica?
Il problema non è tattico, è piuttosto capire chi è l’uomo. Se è ognuno di noi allora qualsiasi via, purché intrapresa con responsabilità, offre opportunità di cambiamento: ognuno nel suo piccolo può e deve fare meglio, anche in contesti pubblici devastati come Napoli che, di solito, forniscono un alibi. La raccolta differenziata, per esempio. Se le istituzioni non la impongono deve essere ostinatamente voluta e fatta dal basso.

Nel suo libro ha dichiarato di voler difendere le istanze profonde della scienza ecologica e dell’ambientalismo da soluzioni troppo facili, quali?Tutto il dibattito sullo sviluppo sostenibile è fondato su un equivoco. L’economia non può essere sostenibile per struttura. Per quella via si va avanti solo con palliativi, mentre la situazione richiede sempre più un riorientamento complessivo.

Come definisce il rapporto uomo-tecnica-natura?
La natura dell’uomo è la tecnica. √à grazie alla capacità di costruire strumenti e macchine che da animale si fa uomo. Il suo rapporto con la tecnica, insomma, è d’intimità assoluta e dunque qualsiasi ecologismo che prenda partito contro la tecnica tout court diventa retorica.

E il rapporto tra ambiente naturale e ambiente costruito?
L’ambiente naturale come natura selvaggia ormai non esiste più, la nostra natura è addomesticata, carica di segni culturali che l’hanno antropizzata. Questo vuol dire che ogni progettazione interagisce con un ambiente già progettato, già costruito. Quel che muta, storicamente, è l’attenzione dell’architetto allo spazio circostante, a quello storico, stilistico e naturale: dopo decenni di scarsa integrazione, la “progettazione ambientale” in architettura è un momento importante di riarmonizzazione.

(*) L’orinatoio come attrezzo per pensare – Nel 1917 Marcel Duchamp espone a New York un orinatoio rovesciato e lo intitola “fontana”. Per molti si tratta della data di inizio dell’arte contemporanea. L’idea di base è abbastanza semplice: si prende un oggetto qualsiasi appartenente al mondo del quotidiano (arte del ready-made, del già-pronto) e lo si trasferisce in un contesto che non è quello originale cambiando così di colpo il suo significato e rendendolo “incomprensibile”. L’orinatoio di Duchamp è l’opera del Novecento “Turner Prize” Gli artisti contemporanei di solito puntano a un messaggio sociale o politico, opere come quella di Duchamp sono invece uno sberleffo a tutta l’arte borghese.

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